giovedì 20 dicembre 2012

IPOD Playlist

.....
Dammi solo un minuto
un soffio di fiato
un attimo ancora
stare insieme è finito
abbiamo capito
ma dirselo è dura
svegliati svegliami dai......

Dammi solo un minuto - Pooh


lunedì 17 dicembre 2012

Note di Matematica


Mio figlio lo chiama “cambio”, io lo chiamavo “riporto”.  Si tratta di quella tecnica che permette agli alunni la gestione  delle somme che superano il nove in decine. Cercando in Internet le due parole sono tutt'oggi riconosciute e non c’è stata l’obsolescenza di una a favore dell’altra.
Così  ieri sera, mentre mio figlio era alle prese con 12 addizioni di questo tipo, ho osservato sia il metodo che la rappresentazione di ciò che stava facendo.
Ho apprezzato la simbologia, l’uso dei colori e la tecnica. Alle decine era associato il rosso mentre le unità stavano accoppiate con il blu. L’associazione era chiara e mai disattesa.  
L’associazione del colore con un concetto facilita l’apprendimento.
Come i colori erano rigidi anche i due schemi, il primo fatto di palline infilate su due assi diversi, uno per le unita e l’altro per le decine e il secondo fatto con i numeri. Questi davano due diverse visioni dell’operazione. Il metodo simbolico era funzionale al risultato numerico. 
L’associazione di schemi e simboli a concetti aiuta a memorizzare più velocemente.
All'inizio questo metodo era per il bimbo molto laborioso e dispendioso. Troppi i cambi tra penne e colori e viceversa !
Con il passare del tempo e completando  le operazioni, le proteste si sono fatte sempre più flebili, mentre gli automatismi aumentavano.  Le righe e i quadrati venivano bene anche a mano libera. 
L’esercizio come l’allenamento affina la tecnica e aumenta l’efficienza. Funziona con le addizioni in seconda elementare come per chi si allena per la maratona.
Infine ho valutato l’atteggiamento di quel bambino che avevo svegliato molto presto al mattino e di cui, in parte, comprendevo i mugugni.  “Hai ragione!”, pensavo mentre cercavo affiancarlo nel districarsi tra i “cambi”.
Ma giunti all'ultima operazione, quando i meccanismi erano ormai assimilati, mio figlio mi disse :
“Papà, non dirmi niente, l’ultima voglio farla tutta da solo!”.
Contento per quello scatto finale, quando pensavo che le sue energie fossero finite, restai in silenzio a guardarlo mentre svolgeva correttamente l’operazione.  Concluse gli esercizi con una cornice più bella di quelle fatte fino a quel momento.
Insomma il bimbo ha carattere e voglia di imparare!

domenica 16 dicembre 2012

Tweet

Al cuore fa bene fare le scale
al cuore se non fa le scale fa bene far l'amore
Il cuore qualcosa deve fare
Altrimenti muore

Tweet di Concita De Gregorio @concitadeg

venerdì 14 dicembre 2012

Note di Natale


Ci si abitua ai sentieri ripidi, stretti e connessi. L’abitudine e la crescente destrezza ci aiuta a non temere difficoltà che un tempo ci avrebbero fatto desistere.  Si diventa sempre più resistenti  sia nello spirito che nel fisico.  Si impara ad andare avanti pronti a nuove difficoltà.
Non è raro chiedersi : “Chi me la fatto fare ?”. Ma se si inciampa in un problema è meglio imparare a come affrontarlo per evitare di inciampare la prossima volta.
Come dicono certi guru : “ Far diventare un problema una opportunità”.
I problemi sono diventati opportunità e quello che un  tempo sembrava improponibile è oggi la normalità e occasione di serenità. Spirito di adattamento, consapevolezza o rassegnazione?
Chi lo può dire ! E’ la realtà che mi circonda e  con cui devo confrontarmi in ogni momento.

Ci sono momenti in cui il cuore sembra ribellarsi. Ritorna la sensazione di spiccare il volo, vissuta qualche anno fa. Sale l’ansia che alimenta il timore che alimenta l’ansia. Il vortice sembra inarrestabile e assaporo ogni momento come se fosse l’ultimo. Non chiudo gli occhi ma resto immobile per non dare nessun alibi a quel cuore che sembra dimenticarsi di me.  Non mi muovo e  ascolto, in attesa che quell'incendio che mi sta bruciando dentro perda vigore.  Sono attimi lunghi, che sembra difficile vivere uno di seguito all'altro   Poi la fiamma comincia ad affievolirsi, l’aria sembra fluire con più facilità nei polmoni e la paura scema assieme al quel senso di leggerezza tanto inebriante quanto terribile.  Il tempo torna a scorrere come ricordavo e il cuore torna a nascondersi tanto da diventare impercettibile.
Ho vissuto molti di questi momenti. “E’ solo stress!”, mi sono detto, ma queste situazioni sono diventate palestra per l’autocontrollo e campanello di allarme.  Momenti difficili che insegnano qualcosa.

Tra dieci giorni è Natale. Da qualche anno ogni Natale è diverso. Rimane comunque un giorno particolare, oserei dire, un momento difficile. La memoria e i ricordi si incrociano con il presente. Ci sto scomodo come se indossassi un vestito diventato stretto e di qualche taglia di troppo.  
Mi sento come quando, durante una passeggiata in montagna, ci si trova di fronte a un torrente ingrossato da un recente temporale. La strada sembra sbarrata e proseguire sembra impossibile. Poi, passati i primi istanti di sgomento, si intravedono degli appoggi possibili. Alcuni grossi massi sembrano li apposta per aiutarci.  Pochi, difficili, da affrontare con attenzione, per non scivolare ed essere travolto.
Con balzi precisi, fatti con il cuore in gola, si raggiunge l’altra sponda pronti a proseguire il sentiero, meditando una strada diversa per il ritorno.
Ecco il Natale è per me un attraversamento,  da fare un po’ con il cuore in gola, prestando attenzione a non scivolare nei pochi appoggi disponibili, per non farmi portare via dalla corrente dei ricordi.

giovedì 6 dicembre 2012

Questioni di cuore

"..... La causa dello scompenso cardiaco sta nell'incapacità delle cellule del cuore, una volta diventate adulte, di moltiplicarsi e rimpiazzare quelle uccise, ad esempio da un infarto. Le sopravvissute sono costrette a ingrossarsi per compensare la forza mancante nel muscolo cardiaco. Vanno così incontro a squilibri metabolici che lentamente le uccidono, indebolendo ancor di più il cuore e innescando un circolo vizioso che lo porta allo sfiancamento. "

Tratto da un articolo apparso su Repubblica il 5 dicembre 2012

mercoledì 5 dicembre 2012

Pensiero


Entravo a casa di mio padre contro voglia, spesso ancora con il pigiama addosso.
Quando mi veniva a prendere nei fine settimana che dovevo passare con lui, facevo spesso storie. Avrei preferito stare a casa mia, con i miei giocattoli, con i miei cani e con quelle strane costruzioni che amavo fare con sedie, cuscini e coperte. Quest’ultime erano la mia passione. Di solito erano fatte con due sedie su cui stendevo una coperta. Sembravano delle capanne, dentro alle quali trovavano riparo i miei pupazzi di peluche.
Mio padre non aveva tutto ciò. Solo con il tempo, con l’arrivo di una coperta e un telo copri divano, cominciai pure da lui a costruire quelle improbabili casupole.
Anche i giocattoli mancavano.  A dir la verità, i giocattoli che lui mi comprava, facendomi promettere che li avrei lasciati da lui, me li sono quasi sempre portati a casa, quando tornavo la sera. Casa sua non era casa mia. Non ci stavo volentieri a mangiare e tanto meno a dormire. Mi raccontava che quelle poche volte che avevo dormito là, lo avevo fatto controvoglia, cedendo al sonno a tarda ora, mentre aspettavo mia madre. Con il tempo ho cominciato a sentirmi a mio agio, in quell'appartamento al piano terra, soprattutto da quando iniziai le scuole elementari e passavo là due  pomeriggi alla settimana. Ero affidato a una ragazza che mi veniva a prendere a scuola aiutandomi a fare i compiti.
Anche con lei, passati i primi tempi di affiatamento cominciai a fare qualche capriccio.
Stava con me fino alle sette, quando o tornava mio padre e passava mia madre  a prendermi.
Volevo fare di testa mia e, sin da piccolo, ero caparbio e poco propenso ad ascoltare gli altri. Ero indispettito per come gli adulti potevano decidere su quello che dovevo fare, senza la minima considerazione per le mie idee e dei miei desideri.
La regola dei genitori alterni, durante i fine settimana, fu difficile da digerire per i motivi appena detti. Non ricordo mio padre quando viveva ancora a casa, tanto che per farmene una ragione, gli ho chiesto spesso di raccontarmi com'era la vita in quegli anni.
I miei, mio padre e mia madre, dopo la separazione, cercarono con fatica  di tornare a fare i genitori, ma forse in questo modo hanno impedito a me di essere un figlio vero.
Con mio padre passavo i fine settimana in modo tranquillo. I primi tempi facevamo gite nei dintorni. Qualche volta si stava via anche per due giorni. Si partiva al sabato per tornare la domenica pomeriggio. All'inizio di ogni viaggio protestavo, quasi impaurito nel lasciare luoghi noti, ma al ritorno, ero contento e, pian piano, viaggiare è diventato un piacere che ancor oggi non ho abbandonato. 
Non mi ha ma lasciato in quegli anni la paura, l’ansia, di rivivere tensioni e litigi. Ricordo il pianto e il terrore che provavo quando vedevo i miei litigare. Spesso, quando si incontravano, cercavo di attirare l’attenzione su di me, perché non litigassero, come se fossi un parafulmine.
Con il tempo io mi sono abituato alla regola dei genitori alternati . Mio padre e mia madre si sono sempre più allontanati. Entrambi hanno avuto la possibilità di ricostruirsi una vita con altre persone. Non mi è stato difficile accettare le nuove situazioni e i nuovi compagni, anche se per anni mi sono chiesto come sarebbe stata a mia famiglia e fosse rimasta unita.
Non ho avuto mai una famiglia unita e, quando oggi esco con mia moglie e i due miei figli, penso alle poche volte in cui sono uscito con mia madre e ,mio padre. Io stavo appiccicato a mia madre, come se la volessi proteggere da quell'uomo con cui spesso litigava. E’ andata così, io sono cresciuto con la speranza di vedere i miei genitori tornare assieme. Ma la speranza di quand'ero piccolo si è andata sempre più affievolendosi come una candela che con il tempo si consuma. Ora, quando li vedo, mi chiedo cosa pensino e quale verità abbiano portato con se durante questi anni. Mi piacerebbe sapere quanto siano stati felici dopo la separazione e se ci siano delle cose di cui desiderino parlarmi. 
“Hai qualcosa da dirmi ?”, vorrei chiedere ad entrambi ma, quando sto per aprire bocca, mi blocca ancora quel senso di paura che provavo quando litigavano, come se ricordare riaprisse ferite mai guarite e che mai guariranno.

sabato 1 dicembre 2012

Note


Stasera sono  a Martina Franca. Sceso al sud per la fiera del Cavallo Murgese e dell’asino di Martina Franca. Chi l’avrebbe mai detto! 
Un mese fa, l’immaginarmi da queste parti non sarebbe stato tra le cose possibili o plausibili. Come se avessi voluto scommettere, anni fa, di mettermi a studiare Psicologia dopo una vita a mettere in ordine bit e byte. Insomma a far programmi e strategie spesso si fallisce. Eppure ....
A voler controllare tutto e tutti si spendono energie da usare per ben altro. 
A voler programmare ogni attimo della nostra vita si rischia di  rivedere in continuazione piani e progetti, perdendo quanto ci sta passando sotto gli occhi.
Le mie speranze e progetti di qualche mese fa erano lontane miglia e miglia dalla realtà di oggi. 
Avevo qualcosa da dire a qualcuno ……

Il buio da queste parti sembra più buio di quanto conoscessi. La sera sembra non esserci e la notte è l’unica alternativa al giorno. Strade buie ti fanno sentire smarrito e, percorrendo vie quasi deserte, si viene presi da un filo di smarrimento, simile alla paura del buio che vivevo nella camera scura da bambino. 
Si va alla ricerca dei luoghi cercando tra le rare luci visibili. Raccordare le luci con i percorsi per raggiungerle è impresa difficile per chi, come me, è forestiero e un po’ impacciato in un ambiente sconosciuto.

Ci tenevo a vivere il primo volo con mio figlio. 
Penso a chi  ha risposto : 
“ Mì no, no’ vegno !”. Ci saranno altre prime volte ….  
Abbiamo evitato la parola paura e il bimbo ha vissuto l’esperienza tutto  preso da curiosità e entusiasmo. Ho registrato con cura l’intero viaggio, cose inutili comprese. Un giorno spero possa apprezzare suoni e parole della sua infanzia.